Spiego la scelta di non consegnare il concorso internazionale d’architettura “Ater Pass” pubblicato nei giorni scorsi sul blog (LINK)
[non vorrei sembrasse una scelta rinunciataria]
La situazione dei concorsi italiani, a mio avviso, è a un livello molto basso.
Meglio di me ha spiegato la situazione il dossier del Giornale dell’Architettura n.81 (febbraio 2010)
In particolar modo si legga l’editoriale di Francesco Cellini “Servizi d’architettura Srl” e quello di Francesco Garofalo “Concorsi, facciamo il punto” (leggibile on line -> LINK)
copy&paste di alcuni passaggi del testo di Garofalo:
“Il declino inizia nella seconda metà del decennio, tra la fine della gestazione della legge Merloni e il Dlgs 163 del 2006, il famigerato Codice degli appalti. La Merloni (n. 109/1994, legge quadro in materia di lavori pubblici [Merloni ter]) è agnostica nei confronti dei concorsi; non li incoraggia ma ne permette uno svolgimento adattato alle circostanze”
“Le critiche alla preparazione sono diffuse, ma prima ancora si deve notare il carattere di eccezionalità, di forte scelta strategica legata al progetto, che accompagna quasi tutti i concorsi di progettazione superstiti. Questo fa del bando un evento mediatico, richiamato nella home page del sito web del Comune. Detto in breve, sui pochi concorsi che si fanno nelle grandi città, si spendono somme ingenti. Ciò diventa circolarmente un disincentivo a bandirli”
“Una volta scelto il vincitore, potremmo dire che il concorso è più o meno andato a buon fine se viene conferito un incarico professionale. L’esperienza dimostra che molti programmi si arenano qui. Le cause più frequenti sono due: le nuove regole per gli incarichi di cui si dirà più oltre, e la tradizionale volubilità della politica locale, più veloce a cambiare opinioni e assessori che ad aprire i cantieri.”
“Il primo punto tuttavia è quello decisivo: se non puoi nemmeno partecipare al gioco, importa poco che le sue regole non siano le migliori. Ai concorsi di progettazione possono accedere solo i professionisti in possesso dei requisiti tecnici e finanziari analoghi a quelli previsti per gli appalti di servizi e di costruzioni. Questo vuol dire avere molti dipendenti in regola, grandi fatturati per cinque o dieci anni, e certificazioni puntigliose di avere svolto incarichi e realizzazioni per «n» volte il valore del progetto messo a concorso. Queste soglie escludono oltre il 90% degli architetti italiani.”
“Ci sono due sole vie per partecipare lo stesso. La prima è formare un’associazione d’imprese con un soggetto (tipicamente una società d’ingegneria) che «ha i numeri». A quel punto il progettista di solito non è più il capogruppo. La seconda possibilità è l’istituto dell’avvalimento, che sta diventando popolarmente noto come «l’avvilimento». Si tratta di stipulare un contratto oneroso con un soggetto che s’impegna a «prestarti» i suoi requisiti, ma che se poi sarai incaricato, non potrà lavorare con te. La durezza di questo meccanismo ha prodotto un effimero revival dei concorsi d’idee, che nel decennio precedente erano caduti in disgrazia perché non davano garanzie di proseguire con una realizzazione. Tuttavia questa scorciatoia è un’illusione: il Codice degli appalti dice che è possibile incaricare il vincitore di un concorso d’idee, ma solo se è in possesso dei requisiti. Quindi se questi non sono stabiliti e verificati a priori, come avviene in molti bandi di questo tipo, non se ne fa niente.”
Mi permetto di riassumere in breve:
1) Il concorso di progettazione ha valore di eccezione, di occasione più unica che rara. Dunque non è ancora oggi sistema per affidare degli incarichi professionali, come in molti altri paesi europei.
2) Le statistiche italiane (si veda sempre nel GDA 81 i dati riportati da Milena Farina) confermano che alla vincita di un concorso è ancora molto raro che avvenga l’affidamento dell’incarico conseguentemente, ancor più rara poi è la realizzazione del progetto.
3) I criteri di valutazione dei concorsi si basano più su dati riguardanti la realizzabilità dell’opera e dunque la capacità gestionale di impresa e non il valore del progetto.
4) La legge quadro (la merloni) viene aggirata anche dagli stessi bandi di concorso (a denunciarne la sua scarsa validità), come il caso dell’avvalimento (che è stato scelto nel caso del concorso dell’ater)
Perché non consegnare un concorso?
Direi che di motivi validi ce ne sono eccome.
Ma perché farlo allora? Mi hanno chiesto.
Perché, in accordo con Cellini, continuo a credere che l’architetto eserciti una professione intellettuale e come lui dice “Le «professioni intellettuali» consistono nell’espletamento di attività il cui esercizio richiede una peculiare formazione culturale, scientifica e tecnica”.
Perché ho il desiderio di confrontarmi con un tema progettuale di riqualificazione di un tessuto abitativo (come nel caso dell’Ater) di indubbio fascino e interesse.
Perché l’architetto ha il diritto di esprimere una propria idea di città, anche se pare non interessi poi così tanto in questi tempi di “politica del fare” (a tutti i costi e senza troppo pensare).
Non consegnare il concorso è stato un atto di protesta contro questo sistema di regole, ma non mi sono tirato indietro di fronte alla sfida progettuale!
md
[n.b. il dibattito scaturito è stato in seguito riportato su "progetti e concorsi" (29/2010) all'interno di uno speciale sui concorsi -> LINK]